Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 3
I INCONTRO
Modulo 3
2 – CHE COSA È L’AMORE

2.1 - Premessa
Due mani intrecciate che incorniciano un versetto della Prima Lettera di Giovanni sono la sintesi dell’amore e sono in principio della nostra storia d'amore che si proietta nel futuro,
“In principio” - cioè agli inizi, ma di che cosa?
In principio di questa serata
In principio di questo itinerario
In principio del vostro rapporto che vi ha portato qui questa sera
È l'amore di ciascuno di voi per l'altro; è il nostro amore per voi
Ma se ampliamo l'orizzonte possiamo anche affermare:
In principio ovvero «agli inizi» della storia dell'uomo, come risuona nella Genesi e come viene richiamato da Gesù quando, a proposito del matrimonio, riafferma: “Da principio non fu così” (Mt 19,8)
In principio era il Verbo - come afferma Giovanni nel prologo del suo Vangelo; ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo è Dio
E Dio è Amore! Deus caritas est.
Ecco che, alzando il nostro sguardo, abbiamo trovato l'incipit “gli inizi”, non solo della storia di ciascuno di noi ma di tutto il creato.
Allora In principio
“è l'Amore” - con la “A” maiuscola per indicare l'agape, l'amore di Dio e l'amore che Dio ha per l'uomo e, di riflesso, anche l'amore umano, pur nella consapevolezza dell'ambiguità di cui questo spesso si connota per il peccato d'origine che ritroviamo nel nostro egoismo.
«In principio è l'amore» è così la sintesi di due affermazioni bibliche:
«In principio era il Verbo e ... il Verbo era Dio e Dio è Amore».
Arriviamo così ad affermare che il Dio-Amore sta al principio della esistenza dell'uomo/donna che ama, e che Lui vi effonde la sua energia e capacità d'amore.
2.2 - In principio è l'Amore
La vostra presenza qui è per tutti noi un dono prezioso e gradito, che ci riempie davvero di gioia. Certo non tutti hanno accolto con grande gioia l’invito a partecipare a questo corso, ma vorremmo davvero sottolineare come la vostra presenza è non solo bellissima, ma proprio un regalo grande, perché proprio voi, fidanzati, in procinto ormai di sposarvi, siete il segno gioioso della festa. La parrocchia organizza tanti corsi per i bambini, per gli anziani, ha tante altre iniziative, ma noi pensiamo che, tra tutte le persone, voi stiate attraversando uno dei più bei periodi della vita, un periodo di maturità e di pienezza, davvero un periodo di amore esaltante; crediamo che ci sia poco altro di più bello che potere ormai realizzare quello che è il sogno grande, di potere sposare la donna che si ama e di potere condividere tutto con l’uomo che si ama. Ed allora anche riflettere su questa fase della vita di una persona è fra le cose davvero più piacevoli.
Ma a questa considerazione, abbastanza generica, che chiunque potrebbe fare, vorremmo aggiungerne una particolare per quanti annunciamo la parola di Dio, perché proprio quando siamo davanti a voi fidanzati ci accorgiamo che è il momento in cui facciamo meno fatica a parlare di Dio, perché voi siete le persone più in grado di capire ogni discorso su Dio, e questo anche se non tutti qui tra di voi sono regolarmente praticanti la chiesa, magari non tutti si sono esplicitamente posti la domanda sul proprio rapporto con Dio. Al di là di quello che ciascuno abbia mai provato a pensare, siete davvero voi quelli che più di ogni altro hanno la possibilità di capire, di conoscere chi è Dio.
E questo non lo diciamo certo noi per farvi un complimento, ma lo dice l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera..
2.3 – Il riferimento biblico
Quello che dà il via questa sera è preso dalla Prima Lettera di Giovanni e dice così:
7Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. 10In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
11Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. 13Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. 16 E noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
17In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. 18Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
19Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. 20Se uno dice: “Io amo Dio”, e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello. (1Gv 4,7-21).
2.4 – Il commento
Collegamento al filmato
È una bellissima esortazione all’amore ed è davvero bello farla con voi che come caratteristica avete proprio quella di amarvi tanto da chiedere di sposarvi.
Ma desideriamo sottolineare proprio le parole dell’apostolo Giovanni: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio... Non sappiamo se tutti prendete subito per buone queste parole. Quando infatti affermate: "noi ci amiamo!" potreste anche pensare: “ma noi Dio non l’abbiamo mai visto né conosciuto!”, “che c’entra Dio tra di noi?”.
In realtà ha ragione Giovanni; ci piace provare a spiegarlo rivolgendovi proprio una domanda, che è una domanda certo anche molto banale, che, però, vi invitiamo a farvi esplicitamente l’un l’altra, per scoprire che in realtà è una domanda quanto mai profonda e certamente non basteranno neppure questi incontri per dare una risposta esaustiva.
E la domanda è: ma perché vi volete bene? Il fidanzato domandi alla fidanzata: ma perché “ti voglio bene” o “mi vuoi bene”? È una domanda che invitiamo a farvi davvero per cercare di fare emergere la risposta. Forse ciascuno ha una sua risposta; ci sono tante risposte, ma a noi sembra che proprio l’unica risposta esatta sia quella di dire: non lo so!
Perché ti voglio bene? Non lo so!
Davvero è non solo importante rispondere in questo modo ma è indispensabile, perché, se uno dà un’altra risposta, vuol dire che non ama.
Se una dicesse: io amo quel ragazzo perché è ricco ed intelligente; pensate voi che l’ama davvero? No, ama i suoi soldi, ama la sua intelligenza forse perché pensa di fare bella figura! Amo quella ragazza perché è bionda con gli occhi azzurri; in realtà non ama quella ragazza, ricerca i suoi propri interessi.
Certo ci possono essere tante ragioni che hanno fatto nascere il desiderio dell’incontro: l’intelligenza, la bellezza, la curiosità, qualunque cosa, ma guai se uno avesse davvero un motivo, una ragione perché il grande motivo è il suo interesse: io ti amo perché…va bene a me. In qualche modo è un calcolo, non è un amore gratuito, libero, ma un amore interessato.
Se cominciamo a mettere a fuoco questa semplicissima domanda ci accorgiamo sì che ci sono tanti motivi che hanno spinto, hanno dato il via e certo ci sono tante ragioni in qualche modo di contorno, ma "se una è bionda e poi si tinge i capelli le voglio bene lo stesso!", "se uno è ricco, non l’amo per i suoi soldi!"; quindi non sono le cose materiali, non sono i miei interessi, che magari possono anche corrispondere; alla fine si scopre che l’amore vero è qualcosa che va oltre i propri interessi, va oltre le ragioni materiali, va oltre tutte le cose terrene, perché l’amore è qualcosa che supera tutto questo e si può davvero trarne che l’amore ha un fondamento, una ragione soprannaturale. Qualche volta, per usare una parola un po’ più grossa, è un amore trascendente, oltre ogni condizionamento terreno, materiale. Ed allora è così che capiamo: se vi amate davvero voi state già facendo un‘esperienza soprannaturale, voi fate già esperienza di qualcosa che supera la dimensione terrena, voi state già facendo esperienza di Dio, perché Dio è amore. Dio è “qualcosa” che non è una cosa, non è un bisogno dell’uomo, perché l’uomo che ha paura invoca qualcuno più grande che l’aiuti, ma Dio è amore. Chiunque ama è generato da Dio, cioè c’è in lui qualcosa che viene da Dio; e conosce Dio, cioè fa esperienza: una conoscenza che magari non avete mai espresso con le parole, ma se vi amate davvero questo vostro amore è un’esperienza “divina”.
Chi non ama non ha conosciuto Dio, cioè chi considera il rapporto con l’altro solo frutto di calcolo, di interesse ovvero “io ti do se tu mi dai” oppure io cerco addirittura di sfruttare l’altra, non ama. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
Come il mondo è mosso dall'odio e dall'ostilità, così Dio è mosso dall'amore. In tutte le sue opere Dio agisce per amore.
2.5 – Deus caritas est
La prima Enciclica di Papa Benedetto XVI“Deus caritas est” ha un incipit che ci aiuta ad approfondire la Lettera di Giovanni che abbiamo proclamato ed a comprendere come il Vostro amore è una riaffermazione della nostra fede: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16). Queste parole esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre, per così dire, una formula sintetica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».
All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (3, 16).
[Credere all'amore di Dio ricopre la stessa realtà del credere che Gesù è il Figlio di Dio, perché l'amore di Dio si manifesta nell'invio del suo Figlio per la salvezza del mondo].
Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.
2.5.1 – L’amore di Dio e l’amore dell’uomo
È necessario precisare alcuni dati essenziali sull’amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all’uomo, insieme all’intrinseco legame di quell’Amore con la realtà dell’amore umano, del vostro amore.
È bello per noi potere parlare a persone che amano perché conoscono Dio, anzi perché stanno già sperimentando, stanno già vivendo qualcosa di Dio.
Il papa Giovanni Paolo II nella“Lettera alle famiglie” scrive:
Il dono sincero di sé (11). Nell'affermare che l'uomo è l'unica creatura sulla terra voluta da Dio per se stessa, il concilio aggiunge subito che egli non può «ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé». Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è affatto. È, piuttosto, il grande e meraviglioso paradosso dell'esistenza umana: un'esistenza chiamata a servire la verità nell'amore. L'amore fa sì che l'uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire. Il dono della persona esige per sua natura di essere duraturo e irrevocabile. L'indissolubilità del matrimonio scaturisce primariamente dall'essenza di tale dono: dono della persona alla persona. In questo vicendevole donarsi viene manifestato il carattere sponsale dell'amore.
Ma c’è un’altra ragione che viene di conseguenza: proprio questa esperienza di amore non solo ci permette di conoscere Dio, ma ci permette anche di conoscere l’altro come persona. Noi vorremmo tanto che alla fine di questi incontri fossimo riusciti proprio a farvi cogliere qualcosa della bellezza dell’amore che è Dio, ma anche dell’amore dell’altro che è persona. In fondo amare vuol dire scoprire che l’altro non è semplicemente un essere ma è qualcosa che supera le dimensioni umane perché anche l’altro è qualcosa che va oltre ciò che si riesce a toccare con le nostre mani, questa che chiamiamo la dignità della persona, questa parola “persona”, che certamente usiamo tante volte, ma che ha una ricchezza tutta da scoprire. In fondo è proprio per conoscere Dio che bisogna imparare chi è la persona e viceversa conoscendo la persona si impara a conoscere Dio.
Non sappiamo se voi avete mai riflettuto su questa idea di persona: l’idea di persona è uno dei tesori più preziosi che ci sia nella nostra cultura, perché è il fondamento della libertà; se l’uomo non è riconosciuto come persona non è riconosciuto nella sua libertà. Ecco l’idea di persona, anche questa è frutto della conoscenza di Dio, di questo Dio così misterioso di cui ci parla Gesù; che è un Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Dio che è uno e che è anche tre: una cosa difficilissima, ma per potere dire qualcosa su questo la Chiesa ci insegna che Dio è uno in tre persone, con questa idea di persona che, in fondo, è il soggetto capace di amare, capace di entrare in relazione con l’altro, capace di unirsi all’altro pur rimanendo sé stesso; questo davvero è l’esperienza che state facendo, è l’esperienza che permette di conoscere Dio. È quell'esperienza che rende vera l'espressione popolare "toccare il cielo con le dita" perché chi, se non due che si amano, sente di vivere questa realtà, di toccare il cielo con un dito?
2.5.2 – Il termine amore
Oggi, purtroppo c’è un problema di linguaggio perché il termine “amore” è diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. (amore di patria, amore per la professione, amore tra amici, amore per il lavoro, amore tra genitori e figli, fratelli e familiari, amore per il prossimo, amore per Dio). L’amore tra l’uomo e la donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente schiudendo all'essere umano una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono. Sorge allora la domanda: tutte queste forme di amore alla fine si unificano e l'amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per indicare realtà totalmente diverse?
2.5.3 – Eros, philia ed agape
L’enciclica Deus caritas est tratta con grande semplicità di linguaggio e profondità questo argomento cruciale per cui il suggerimento migliore che possiamo dare è di attingere direttamente alla fonte.
2.5.4 – Gli eccessi dello spiritualismo e del materialismo
Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro «sesso» diventa merce, una semplice «cosa» che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce.
Anche questo argomento è affrontato con profondità e semplicità dall’Enciclica Deus caritas est, per cui rimandiamo alla lettura dell’enciclica l’opportuno approfondimento.
2.5.5 – La realizzazione della promessa umana e divina
È uno degli altri argomenti affrontati dall’Enciclica Deus caritas est, per cui ancora una volta preferiamo che attingiate direttamente alla fonte.
2.5.6 – L’amore unica realtà
Abbiamo così trovato una prima risposta, ancora piuttosto generica, alle due domande suesposte: in fondo l'«amore» è un'unica realtà, seppur con diverse dimensioni; di volta in volta, l'una o l'altra dimensione può emergere maggiormente. Dove però le due dimensioni si distaccano completamente l'una dall'altra, si profila una caricatura o in ogni caso una forma riduttiva dell'amore. E abbiamo anche visto sinteticamente che la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell'originario fenomeno umano che è l'amore, ma accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni.
2.6 – Io accolgo te
“Apri la tua porta. Chi entra eleverà la tua coscienza, scuoterà i tuoi pregiudizi, e ti renderà felice”
(da “Un temps pour la famille” – Les Editions du Cerf – France - 1998).
“Io accolgo te”. Con queste parole inizia la prima formula del consenso nella liturgia del matrimonio. Partiamo quindi proprio dal cuore di ciò che sarà celebrato dagli sposi nel giorno delle nozze. Sono parole molto importanti perché sono piene di vita vissuta. È una “pietra miliare” per gli sposi da cui si parte e spesso si ritornerà. All’inizio del nostro percorso cerchiamo di capire come l’atteggiamento di ascolto e di accoglienza sia un filo conduttore del nostro itinerario. Questo proveremo a vederlo prima di tutto all’interno della coppia, dove naturalmente è il centro dell’attenzione, poi cercheremo di sondare insieme le implicazioni dell’accoglienza tra le coppie, anche verso il percorso che qui è proposto.
2.7 - Accogliere se stessi
Bisogna innanzi tutto domandarsi: “Io posso accogliere te se non accolgo me?”. Questa domanda può passare inosservata oppure stimolare reazioni contraddittorie… Certamente non tutte le coppie sono d’accordo con il detto “Il primo matrimonio è quello con se stessi”. Occorre allora fare chiarezza su un primo passaggio su cui convergere: l’armonia della coppia pone le fondamenta sull’armonia a livello personale. Un’insufficiente accettazione di sé di uno dei partner può creare pericolose crepe nella vita di coppia. Il cammino di coppia non permette a lungo la fuga da se stessi e ciò che non è stato risolto prima o poi emergerà. È necessario, allora, cominciare una nuova fase di questo itinerario personale con l’aiuto dell’altro: l’obiettivo è quello di accogliere serenamente le proprie qualità, anche negative, innanzitutto come dono. È il presupposto per cominciare ad amare l’altro con libertà interiore e fare l’esperienza di lasciarsi amare così come si è.
2.8 - Accogliersi nella coppia - Io accolgo te: entra nel mio cuore
Posso dire di iniziare ad accogliere te quando ho imparato ad accettare me. Superata così, la sfida del “drago” della non accettazione di sé alla porta della felicità, devo proseguire andando alla scoperta del tesoro: la vera bellezza mia e tua. C’è qualcosa di grande dentro di me e te che vale la pena di scoprire. L’accoglienza diventa la capacità di essere alleati della tua bellezza profonda che oggi tu forse non sei in grado di vedere. Il tesoro è acquisire un “altro sguardo”. “Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi”. Accogliere significa intuire la grandezza e la bellezza straordinaria dell’altro. Significa fare esperienza dello stesso sguardo di Dio che non si ferma alla “crosta” ma sa vedere le nostre grandi potenzialità. Accogliere è anche un modo immediato per incontrare Dio: “lo vedo nei tuoi occhi”.
A volte ci illudiamo di avere davanti una persona che sia “uguale a me” come uno specchio. Sarebbe meglio partire dal presupposto che ho davanti uno straniero, una straniera: viene da un altro mondo (per esempio quanto spesso sottovalutiamo tutte le risonanze della diversa sessualità), che ha una storia diversa, e che parla una lingua di valori e atteggiamenti tutti da imparare. A volte l’altro, con le sue zone d’ombra può apparire un “mostro” oppure un “mendicante”: accogliere significa anche imparare ad entrare nella sfera interiore dell’altro con delicatezza e saggezza, perché le ferite interiori hanno risonanze a volte non facilmente controllabili e di cui non si percepisce inizialmente l’origine.
Accoglienza significa spesso mettersi nell’ottica di un continuo apprendimento cercando di non dare nulla per scontato e già deciso. “Io accolgo te” significa poi che non rifiuto niente di te e che voglio far entrare nella mia vita “tutto di te”. Accolgo l’altro nel corpo (fisicità, atteggiamenti, modo di agire e parlare…), nella mente (carattere, valori, idee, modi di affrontare le situazioni…) e nello spirito (unicità profonda, spiritualità, risonanze della coscienza…).
2.8.1 - Io accolgo te + io accolgo te = viviamo la “logica del noi.”
L’accoglienza vera apre il cuore all’altro e genera la nascita della “logica del noi”. È una
realtà da evidenziare: proprio nella nostra reciproca diversità cominciamo ad assumere un’ottica diversa dal semplice “io” + “io”= “2 io”. Le cose cominciano ad andare per il verso giusto quando si inizia a decidere e pensare le cose in base alle esigenze della “logica del noi”: questo rimarrà un criterio fondamentale per la stabilità del cammino di coppia. Apparentemente questa non è una novità né per i giovani fidanzati né per chi convive da tempo: ma i fatti dicono che scontata non è. La convivenza può solo mettere a nudo il problema, ma non risolve la necessità di imparare a mettere al primo posto la “Relazione”. È una “conversione” che deve tradursi in atteggiamenti concreti, in una delicatezza sempre da inventare. sacrificando qualcosa di sé ed imparando l’amore di dono. È una scelta che può anche essere rimandata per tutta vita: si vivono allora vite parallele dove sono i (provvidenziali) momenti di convergenza a scatenare inevitabili litigi. Ma per fortuna tutti spesso inciampiamo proprio su questo aspetto: è nella costruzione della relazione che si incontrano le ferite passate con gli ideali futuri, ed è qui che prendono senso gli ingredienti veri della nostra vita come la sessualità, i progetti di vita e di lavoro, ed anche il cammino spirituale di coppia: è proprio uno di quegli aspetti “invisibili agli occhi” che richiede sempre nuove scelte concrete e fa la differenza sulla felicità o meno della coppia.
Essere consapevoli di questa “terza entità”, che è presente nella coppia cioè la relazione, permette di comunicare, dialogare e decidere meglio e mettere in chiaro che non ci deve essere un “io dominante” ma sempre un “noi” che dà spazio ora alle esigenze di uno ora dell’altro per il bene di tutti e due. Questo è legato all’altro fondamento di cui essere consapevoli: occorre camminare da subito nella paritarietà, senza squilibri di potere tra i due o sensi di inferiorità che minerebbero la salute del rapporto. Io accolgo te non significa accogliere un povero o un extracomunitario con un atteggiamento di superiorità. Significa guardarsi, occhi negli occhi, con la stessa dignità divina di figli, nella prospettiva di essere una carne sola.
È sicuramente un allenamento faticoso perché obbliga entrambi a relazionarsi da adulti, specialmente nelle situazioni importanti ed evitare il più possibile di iniziare a giocare agli atteggiamenti del bimbo col genitore e viceversa.
2.9 - Io accolgo te + io accolgo te = noi accogliamo.
Un aspetto fondamentale del rafforzarsi della relazione nell’ “ottica del noi” evolve nella reciproca e sana accoglienza. Capaci di accettare noi stessi, e di accoglierci a vicenda, possiamo anche sperimentare una ulteriore apertura.
È la coppia che dona (tempo, affetto, ascolto, testimonianza…). È un atteggiamento di fecondità che ci fa sperimentare la nostra capacità di dare vita: ai figli che verranno, a chi ha bisogno, a chi chiede aiuto… Non si tratta di una evasione ma di una prova di maturità da vivere insieme. Il sentiero dell’accoglienza converte la tendenza originaria a pretendere amore solo per sé nella capacità di donarsi pienamente.
2.10 - Accogliersi tra le coppie
Le coppie che partecipano al percorso sicuramente già si relazionano da tempo con altre coppie con cui condividono probabilmente parte del tempo libero. È bello condividere con gli altri questi momenti forti della propria vita. Queste serate non hanno l’obiettivo di far nascere nuovi gruppi di amici, ma certamente si propongono di far sperimentare la possibilità di un dialogo profondo tra le coppie, un po’ diverso perché fondato su valori e riferito a scelte forti che hanno il potere di interrogare la vita e chiedere risposte alla fede. Allora si potrebbe prendere spunti come questi: anche rispetto alle altre esperienze di amicizia che si vive con altre coppie, dire: “io accolgo te” significa cogliere la ricchezza della diversità ed anche saper leggere chi si ha davanti a partire dai suoi valori profondi; significa non aver paura di parlare e agire come persone e coppie orientate da una coscienza illuminata dalla fede.
Stiamo accogliendo un nuovo cammino che ora inizia: dove vorremmo che ci portasse?
2.11 - Uno sguardo sintetico
Come facciamo a non accogliere? Siamo tutti membra di uno stesso corpo (1Cor 12,12), membra più o meno degne o deboli, ma tutti siamo membra di Cristo, perché “Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini” (Ef 2,14-18).
L’accoglienza deve essere reale perché all’altro si mostri il volto di Dio.
2.12 Uno sguardo analitico
Sono numerosi i passi della Bibbia cui possiamo attingere per dare corpo e senso all’accoglienza dell’altro, del diverso.
Molto illuminanti per il tema di questa sera sono le Letture che la Liturgia propone per la IV domenica del Tempo Ordinario – Anno A, che esprimono l’essenza dell’amore sponsale.
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Dal libro del profeta Isaia Is 58,7-10 Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».
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Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
(Mt, 5,13-16)
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Dio è luce: una delle più belle definizioni di Dio (1 Gv 1,5). Ma il Vangelo rilancia: anche voi siete luce. Una delle più belle definizioni dell'uomo. E non dice: voi dovete essere, sforzatevi di diventare, ma voi siete già luce. La luce non è un dovere ma il frutto naturale in chi ha respirato Dio. La Parola mi assicura che in qualche modo misterioso e grande, grande ed emozionante, noi tutti, con Dio in cuore, siamo luce da luce, proprio come proclamiamo di Gesù nella professione di fede: Dio da Dio, luce da luce. Io, noi non siamo né luce né sale, io lo so bene, noi lo sappiamo bene, per lunga esperienza. Eppure il Vangelo parla di me a me e dice: Non fermarti alla superficie, al ruvido dell'argilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore; là, al centro di te, troverai una lucerna accesa, una manciata di sale. Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità. Voi siete la luce, non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s'incontrano generando un noi, quando due sulla terra si amano, nel noi della famiglia dove ci si vuol bene, nella comunità accogliente, nel gruppo solidale è conservato senso e sale del vivere. Come mettere la lampada sul candelabro? Isaia suggerisce: Spezza il tuo pane, introduci in casa lo straniero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente... Allora la tua luce sorgerà come l'aurora (Isaia 58,10). Tutto un incalzare di azioni: non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della città e della tua gente, illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua vita. Voi siete il sale, «che ascende dalla massa del mare rispondendo al luminoso appello del sole. Allo stesso modo il discepolo ascende, rispondendo all'attrazione dell'infinita luce divina» (Vannucci). Ma poi discende sulla mensa, perché se resta chiuso in sé non serve a niente: deve sciogliersi nel cibo, deve donarsi. Il sale dà sapore: Io non ho voluto sapere nient'altro che Cristo crocifisso (1 Corinzi 2,1-5). «Sapere» è molto più che «conoscere»: è avere il sapore di Cristo. E accade quando Cristo, come sale, è disciolto dentro di me; quando, come pane, penetra in tutte le fibre della vita e diventa mia parola, mio gesto, mio cuore. Il sale conserva. Gesù non dice «voi siete il miele del mondo», un generico buonismo che rende tutto accettabile, ma il sale, qualcosa che è una forza, un istinto di vita che penetra le scelte, si oppone al degrado delle cose, e rilancia ciò che merita futuro.
L’accoglienza è perdono. L’accoglienza è confronto, rischio, conflitto. Siamo chiamati a generare figli di Dio: il pregiudizio non ci faccia escludere nessuno.
3 - Conclusione
Ci fermiamo qui per invitarvi a cominciare a farvi queste domande, a partire da questa domanda semplicissima: ma perché ti voglio bene?
Siete dinanzi al passo più importante della vostra vita e noi siamo qui per aiutarvi a impostare il vostro bilancio in maniera corretta, con le poste giuste, perché la logica dell'amore non coincide con quella ragionieristica; nell'amore vero le poste sono invertite! Infatti che cosa dobbiamo scrivere all'attivo? Tutto quello che siamo capaci di donare! E che cosa dobbiamo scrivere al passivo? Tutto quello che riceviamo dall'altro!
Se queste sono le poste del bilancio la nostra società potrà mai dichiarare fallimento?
E se ci accorgiamo che il bilancio è in rosso dove dobbiamo cercare i rimedi?
Il Papa Giovanni Paolo II nella stessa Lettera alle famiglie afferma ancora:
L'amore è esigente (14). Quell’amore a cui l'apostolo Paolo ha dedicato un inno nella Prima lettera ai Corinzi, quell’amore che è «paziente», è «benigno» e «tutto sopporta» (1Cor 13,4.7) è certamente un amore esigente. Ma proprio in questo sta la sua bellezza: nel fatto di essere esigente, perché in questo modo costituisce il vero bene dell'uomo e lo irradia anche sugli altri. Il bene infatti, dice san Tommaso, è per sua natura «diffusivo». L’amore è vero quando crea il bene delle persone e delle comunità, lo crea e lo dona agli altri. Soltanto chi, nel nome dell'amore, sa essere esigente con sé stesso, può anche esigere l'amore dagli altri. Perché l'amore è esigente. Lo è in ogni situazione umana; lo è ancor più per chi si apre al Vangelo. Non è questo che Cristo proclama nel «suo» comandamento? Bisogna che gli uomini di oggi scoprano questo amore esigente, perché in esso sta il fondamento veramente saldo della famiglia, un fondamento che è capace di «tutto sopportare».
Al termine di questa prima serata ci dobbiamo porre le domande seguenti per sviluppare la nostra cultura dell’accoglienza:
- Accogliere significa essere solidali, condividere, farsi carico, a cominciare da quelli più vicini a noi: per esempio, come accogliamo il nostro partner?
- Il punto di arrivo del cristiano (altro Cristo) è la frase del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che assume su di sé i peccati del mondo”. Cosa penso dello stile di accoglienza di Gesù?
Queste domande esigono un profondo esame del nostro “io” per poter comprendere in quali condizioni ci siamo incamminati per questa strada. Nei gruppi in cui ora ci divideremo cercheremo di vedere dove ognuno di noi ritiene di potersi collocare, per poi confrontarci con la Parola che abbiamo ascoltato e comprendere in che cosa ed in che modo dobbiamo impegnarci per dare al nostro amore tutta l’intensità del “dono”.
Questa sera e nei giorni che seguono torniamo a casa, alle nostre occupazioni quotidiane, meditando sulla grande ricchezza del nostro rapporto d’amore, sul significato dell’accoglienza che sappiamo riservare a noi stessi, al nostro partner, al nostro prossimo. Quando le risposte che ci daremo si incanalano nella direzione che questa sera abbiamo indicato, allora potremo essere certi che la strada del matrimonio, quand’anche fosse in salita, potrà essere percorsa da noi, con la serenità di essere amati ed onorati “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, ogni giorno della nostra vita”.
Con la consapevolezza del grande progetto che stiamo per realizzare concludiamo con la preghiera.
Per pregare insieme
Signore,
fa' che viviamo la nostra attesa
con un'intensa preghiera
individuale e comune.
Insegnaci
a costruire nell'incontro
e nel dialogo con Te
quel “santuario domestico” della Chiesa,
che caratterizzerà
la nostra futura esistenza.
Liberaci da un intimismo egoistico,
che ci chiude in noi stessi
e ci estrania dalla comunità.
Apri il nostro cuore
all'impegno pastorale,
al servizio generoso verso gli altri,
all'attenzione fraterna
per i malati e gli anziani,
all'amicizia verso altri fidanzati.
Amen.
(G. Gatti, Pregare il matrimonio)

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